La Stampa 28/10/2014



È italiana la tenda super-tecnologica che permette di trasportare i malati

La ditta di Modena: "È un'esclusiva, ci ha fatto ripartire dopo il sisma"
Il primo dispositivo per il trasporto dei malati di Ebola, coi suoi bracci in Pvc che permettono ai medici di trattare i pazienti in sicurezza, ha l'aspetto un po' inquietante di una tenda in plastica trasparente montata su una barella. A realizzarla è un'azienda di Concordia sul Secchia, la Tecnoline Srl, che andò distrutta in buona parte nel terremoto del 2012 e che, sette mesi dopo il disastro, si era già rimessa in piedi: oggi, in collaborazione con una ditta vicentina che si occupa del sistema di ventilazione e filtraggio fornisce l'unica apparecchiatura sul mercato che consenta il trasferimento in aereo e in ambulanza di pazienti ad altissimo rischio di contagio come chi ha contratto il virus Ebola.
Il titolare di Tecnoline, Stefano Provasi, spiega come la sua azienda di 70 dipendenti, specializzata in sacche per la dialisi destinate al comparto biomedicale, sia arrivata a produrre un'attrezzatura del genere: «Già prima del terremoto, una ditta che rifornisce l'aeronautica militare italiana ci aveva chiesto un dispositivo per il trasporto di soldati con infezioni o ustioni gravissime, che sono quindi esposti a qualsiasi batterio e vanno protetti in modo efficace. In due anni abbiamo costruito un prototipo dopodiché, con lo scoppio dell'emergenza-Ebola, abbiamo riadattato il congegno facendolo funzionare al contrario, per proteggere il personale sanitario dal contagio: in pratica, tutto quello che si trova all'interno della "tenda" viene aspirato e filtrato con filtri particolari».
Un prodotto di questo tipo, destinato almeno per il momento a essere replicato in un numero limitato di esemplari, non poteva interessare le grandi realtà industriali, ma per un'azienda di dimensioni medio-piccole dotata dell'inventiva e della tenacia tipiche di queste zone si è rivelato l'ideale: «Il primissimo prototipo l'aveva realizzato un artigiano inglese in pensione che è morto otto anni fa – aggiunge Provasi -. Noi abbiamo fatto ricerca per due anni e ora siamo in grado di passare alla produzione in serie: attualmente ho ordinativi per dieci dispositivi». A fianco di Provasi c'è la moglie e socia, Maria Grazia Bulgarelli: è lei a raccontare come sono riusciti a risollevarsi dalla mazzata del terremoto che, con due scosse nel giro di dieci giorni, ha seppellito prima una parte dei macchinari e poi la «camera bianca», dove vengono prodotte le sacche di Pvc in condizioni di quasi sterilità.
«Con la prima scossa abbiamo perso materie prime e prodotti finiti per un milione di euro, contavamo di ripartire in pochi giorni ma è sopravvenuta la seconda scossa ed è venuta giù anche la camera bianca». Per poter ripartire, la Tecnoline si è appoggiata alla struttura di una ditta fornitrice, in Valtellina: «Abbiamo messo su un servizio pullman per 45 persone, tutte donne, che dal lunedì al giovedì si spostavano per andare a lavorare in Valtellina, alloggiando in un albergo, tutto questo per sei mesi – dice la Bulgarelli -. Nel frattempo abbiamo acquistato una nuova sede qui a Concordia, in tre mesi abbiamo costruito il capannone e a gennaio 2013 siamo ripartiti con la produzione». Per inciso, il nuovo capannone è concepito per resistere a sismi ciclopici, fino a magnitudo 9.2, non si sa mai. Nel frattempo, il progetto legato al dispositivo per i malati di Ebola non si è mai fermato: «Mio marito era molto determinato, diceva "se ci riesce un altro posso riuscirci anch'io", e così è stato».