Gazzetta di Modena 26/11/2014



Malato di ebola torna grazie alla Tecnoline

Concordia. «Siamo all'avanguardia ma non ci rimborsano delocalizzazione e danni da terremoto». Una vicenda paradossale, che testimonia come le eccellenze produttive del territorio vengano talvolta bistrattate e, se possibile, tartassate ed ostacolate. Stiamo parlando della Tecnoline, azienda concordiese recentemente salita agli onori della cronaca per essere una delle due ditte al mondo in grado di produrre i dispositivi di contenimento che permettono di trasportare i malati di Ebola, in aereo o in ambulanza, senza alcun rischio di contagio per il personale come quello avvenuto ieri mattina di un medico italiano, rimpatriato dalla Sierra Leone dopo essere stato contagiato. E dire che due anni e mezzo fa la situazione sembrava drammatica: dopo il sisma la sede di Mirandola risultò completamente distrutta e molti impianti andarono persi, con danni equivalenti a circa due milioni. Per non interrompere la produzione, l'azienda decise dunque di delocalizzare provvisoriamente l'attività in Valtellina, dove dal lunedì al giovedì garantiva a proprie spese vitto, alloggio e trasporto a 65 dipendenti. Poi il rientro, avvenuto il 5 gennaio 2013, data in cui Tecnoline inaugura ufficialmente il nuovo stabilimento di Concordia.
Ora la ditta garantisce lavoro a decine di dipendenti e riceve commesse da numerose aziende sparse per l'Europa.«Già prima del sisma la Omp di Vicenza, che collabora con l'aeronautica militare italiana, ci contattò per la produzione di un dispositivo tramite cui permettere il trasporto di soldati ustionati evitando la loro esposizione ai batteri - spiega l'imprenditore Stefano Provasi - Dopo lo scoppio dell'emergenza ebola, invece, abbiamo pensato di modificare il congegno in modo tale che fosse lo stesso personale sanitario a non risultare contagiato dal virus: il dispositivo aspira e filtra gli agenti patogeni in modo tale da garantire l'incolumità dei soccorritori».
Ma qui arrivano le note dolenti. Ad un'azienda capace di risollevarsi grazie alle proprie forze, diventando addirittura un'eccellenza riconosciuta a livello mondiale, non è infatti corrisposto un eguale impegno da parte delle istituzioni.
«Ho speso 395mila euro per delocalizzare l'attività, soldi che non mi verranno mai rimborsati perché mi è stato detto che non ho seguito le modalità stabilite dal protocollo. Ma cosa potevo fare? Avrei dovuto chiudere? Dopo il sisma non si diceva che si sarebbe dovuto tutelare il lavoro? - si chiede amaramente Provasi - Ho fatto di tutto per salvaguardare i dipendenti, evitando di prolungare gli ammortizzatori sociali dopo il breve periodo iniziale. In cambio ho ricevuto solo richieste di scartoffie, il pagamento puntuale delle tasse ma soprattutto il riconoscimento di un danno pari a 1.3 milioni, a fronte dei due effettivi. Senza contare che ad oggi mi sono arrivati solo 300mila euro. Ho dovuto persino rifare la domanda per ottenere il risarcimento del capannone crollato, costruito solo nove anni prima, perché non ritenevano plausibile l'averne edificato uno nuovo nei successivi tre mesi. Attaccandosi a questo cavillo burocratico mi volevano far credere che non avrei avuto diritto al rimborso, nonostante la documentazione fotografica dimostrasse il contrario. Alle istituzioni vorrei solo chiedere questo: come si fa a pretendere la creazione di nuovi posti di lavoro quando ci tartassate a tal punto da farci sopprimere quelli già esistenti?».